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martedì 28 gennaio 2014

Eleonora

Ho iniziato una cosa nuova, tanto per cambiare.
Sono entrata in politica.

A dire il vero piu' che esserci entrata io, diciamo che mi ci hanno tirato dentro a forza.
E poi ci ho preso gusto.

Sabato scorso mi sono trovata al centro di un teatro, illuminata come se fossi l'attrice nel momento del monologo. Avete presente? Buio ovunque e cerchio di luce solo su di me.

E 550 persone a guardarmi, pronte a sentire cosa avevo da dire loro.

Solo che io non dovevo recitare, al contrario, dovevo essere il piu' sincera possibile.

Beh, avrei dovuto avere paura. Almeno tremarmi la voce credo.
Alla candidata dell'altra lista, che ha parlato prima di me, e ha 50 anni, tremava.

Invece stranamente, nessuna paura. Ne avevo fino a due secondi prima.

Ma in quel momento, quello in cui mi ha passato il microfono e lasciato il palco,
Ho guardato quel teatro pieno, e ho pensato che, cavolo, si, è una vita che combatto.

Ho fatto guerre invisibili, e altre invece molto visibili.
Sono stata in Palestina come volontaria, quella era visibile.

Ho sconfitto il "disturbo borderline", quello visibile solo a chi vuole vederlo,
Sono nata e a tutt'ora resto precaria, in un mondo di precari
Mille altre guerre, e da ognuna ho tratto qualcosa, ognuna mi ha insegnato qualcosa.

Così mi sono presa un secondo, ho guardato quelle persone, ed ho iniziato a raccontare chi sono,
Cosa ho imparato, e cosa farei se davvero arrivassi la con i loro voti.

Mi hanno applaudita, e dopo in tanti sono venuti a cercarmi per farmi i complimenti, per dire che si vedeva che stavo dicendo solo la verità, che ci credevo nelle mie idee, e che speravano che ci sarei arrivata a poterle realizzare.

Io lo so che prenderò si e no 3 voti.

Però caspita...
...è stato bello.

Anzi è bello.
Va avanti questa cosa, e ci sto prendendo gusto.

Trema Eleonora.....
:-)

lunedì 26 ottobre 2009

Essere normali....

"Ci vuole tempo
per tirare fuori la gioia dalla vita."



Oggi vorrei parlare di un tema a me molto caro e noto. Come sempre vi suggerisco anche una musica da mettere in sottofondo per la lettura. Ovviamente siete liberi di fregarvene, però è particolarmente adatto. E' un brano dal film "Il favoloso mondo di Ameliè".
Particolarmente adatto perchè Ameliè è uno stato mentale che conosco bene, e riaffiora negli ultimi giorni sempre più spesso...
Il tema, giusto, il tema è: sentirsi "l'altro"...

Devo dire che è una sensazione che conosco meglio di quanto non avrei mai desiderato.
Certo sentirsi "l'altro" può significare un sacco di cose. Ma nel mio caso è sempre signignificato sentirti altro dalla normalità.
E non perchè io mi sia mai sentita "non normale", ma solo perchè questo è il modo in cui ho sempre percepito che mi vedevano le persone.
Niente metafisica in questo, la spiegazione è semplicissima. Per il lavoro di mio padre, fin da piccolissima, non ho fatto altro che cambiare città. Nord, sud centro. Piccole città e metropoli, Italia o estero, non faceva differenza.
Ad agosto si sapeva la destinazione, e via, chiudere i bauli e partire. Nuovo giro, njuova corsa.
Io sono nata in Liguria, da un padre pugliese e una madre toscana. Non riesco nemmeno ad immaginare che accento potessi avere la prima volta che dalla liguria sono stata portata a Roma. So però che dal primo giorno ogni due parole che pronunciavo erano una risata dei miei compagni.
Ero l'altro. La cosa strana. Non perchè avessi niente di strano addosso, ne perchè io mi sentissi tale, ma erano gli altri a farmelo notare, a farmi sentire così.
I traslochi sono stati tanti, ma insomma la ligure nel percorso è approdata anche a Messina...
Ricordo benissimo una mattina, in seconda media, in cui si parlava in classe dell'unità d'italia, e dei problemi di integrazione che ebbero i siciliani per colpa dei pregiudizi. Ricordo gli sguardi dei miei compagni come se fossi io la colpevole di tutto...
Magari me lo sono immaginato, anzi probabile, però quel ricordo ce l'ho.
Per tutta la vita sono arrivata in un posto in cui io ero "l'altro" e gli altri erano "noi".

A 18 anni non sopportavo più quella sensazione. Certo ormai a molte dinamiche tipiche mi ero abituata, e non ci soffrivo più, ma avevo bisogno di trovare un noi.
Così quando ad agosto mia madre mi riferì che si andava a vivere a Bruxelles risposi "buon viaggio".
Ovviamente ne seguì una lotta furiosa. Dovevo fare il primo anno di università e mi avevano gia iscritto nella migliore facoltà di giurisprudenza belga.
Solo che io ero stanca, ed erano anni che dicevo ai miei che non avevo alcuna intenzione di studiare giurisprudenza.
Così usai quella che finora era stata la loro arma a mio favore. Ricordate? La Vale è forte. Beh in quel caso fu uno tzunami. li minacciai di denunciarli di sequestro di persona se mi avessero costretto ad andare con la forza. Ormai ero finalmente maggiorenne, e le scelte le prendevo io.
Furono giorni terribili, che iniziavano all'alba con urla furiose, e terminavano solo quando avevamo tutti finito la voce. Ma alla fine ebbi la meglio.
Ecco, è da allora che smisi di essere l'altro.
Finalmente Iniziai a sentirmi noi.
La lingua lunga ce l'ho, l'aggressività pure, così creai il noi più definito e ben governato che le mie risorse mi permetterssero.
Nel tempo avevo anche modificato il mio accento...
Da quel giorno sono passati quasi 14 anni. Nel frattempo sono diventata il noi? Veramente no.
A dire la verità non ero riuscita a tirarlo fuori nemmeno nell'intimità un noi, a dire il vero credo di essere considerata universalmente un pò strana, ache se almeno ora in senso buono.
Il mio accento è quasi romano...quasi nel senso che i romani mi chiedono ancora di dove sono, ma per tutti gli altri sono decisamente romana.

Perchè stasera me ne esco con queste regressioni quasi freudiane?
Perchè oggi mi sono successe due cose che mi hanno riportato a quello stato infantile dell'altro, e poco dopo ne sono stata tratta fuori con una dolcezza che poteva venire solo da chi non si rendeva conto di pronunciare parole per me magiche e profondissime. Parole che ad altri sarebbero suonate scontate, anzi che probabilmente non sarebbero nemmeno state registrate.
Io però vi voglio raccontare solo le prime, anche perchè almeno sdrammatizzo un pò questo post, che pur non volendolo anche stasera è caduto sul pesante.
Ebbene tutto nasce dal discutibile modo di Marrazzo di utilizzare il suo tempo libero. Penso che il fatto sia noto a tutti: Marrazzo, presidente del Lazio, ha ammesso di essere stato con un trans, trallaltro in compagnia di tanta neve bianca.
A me sinceramente è dispiaciuto solo per la sua famiglia, perchè al livello politico ultimamente ho una gran confusione. Tuttavia stamattina al bar mi è stata fatta una battuta "complimenti per il presidente della tua regione"
Niente, sono entrata in crisi. COme la mia regione?? Ma io vivo in Sardegna. Mica sono qui in trasferta per una settimana.
Io la Sardegna l'ho scelta, dopo travagliate settimane di riflessioni. E' stata una scelta ponderata, e ora sono qui.
Certo nn è che posso considerarmi Sarda. Insomma a dire la vertità, nessuno se la prenda, ma nemmeno ci tengo molto, però cavolo...quella frase mi ha fatto cadere in uno stato di insostenibile fragilità che avevo da tempo dimenticato.
Sono altro, sono fuori. Anzi più semplicemente, ancora una volta sono terza parte. Perchè in ognuno di noi c'è io, noi, e la terza parte.

Mi viene il dubbio che questo mio status non sia cronico e malato.
Non è che ne ho bisogno? Come a dire...voi pensate che essere normali sia essere "noi", mentre io sono così abituata ad essere la terza parte, che me la vado a cercare, perchè in fondo è quella la mia normalità?

Poi inaspettata, in questo mio caos, arriva quella frase, quel pensiero, che mi urla il contrario. li per li non l'ho notato...ma subito ho ripreso a sorridere.
E così stasera, dopo aver tanto pensato alle cose successe, mi rendo conto che devo smettere di farmi paranoie vittimiste.
No, non mi piace essere l'altro. Lo ho sempre odiato, e col senno di poi capisco anche di non esserlo mai stato veramente. ERo diversa certo, per piccolissime cose, ma non è mai esistito posto in cui la mia diversità non si trasformasse subito in "buffa" e poi in "simpatica" fino al non dovermi più definire con nient'altro che Vale.

Boh, quante persone saranno arrivate alla fine di questo post? Scusate, mi rendo conto che spesso divento noiosa, ma l'ho detto, questo blog a me serve. Qui tiro fuori, qui faccio lunghi percorsi emitivi, qui tiro fuori e abbandono.

Diciamo che dal momento che la mi terapista poverina ci ha lasciato, da allora parlo qui, invece che con lei.

Ora però non venite a chiedermi la parcella, che è un periodaccio

Notte notte amorini miei
La strega vi saluta e va fare le ninne.

lunedì 12 ottobre 2009

Primo bilancio sardo

Ecco qui, la prima settimana del nuovo lavoro è passata. Direi che è decisamente arrivato il momento di fare un primo e molto generico bilancio.

Direi di farlo da copione:


1. LA SVEGLIA

Roma:
nei sei mesi di disoccupazione sveglia verso le 13 ad opera delle mie due gatte che muoiono di fame, ed avendo imparato che miagolare non ha effetto (perché ottengono solo che le chiudo fuori) hanno imparato a farmi le fusa nelle orecchie per ore, finchè non cedo.

Nei sei di impiego (come sapete questa è sempre stata la media finora) sveglia alle 6 per entrare in ufficio alle 9.30. Le gatte nemmeno sanno che esisto a quell’ora, latte e caffè trangugiato in bagno nei tre secondi in cui mi preparo, e poi un’ora e passa di traffico a passo d’uomo, durante la quale maledico me, tutti gli altri sfigati in coda con me, il mio datore di lavoro per non aver capito che dovrebbe spostarsi vicino a casa mia, le gatte per non avermi fatto le fusa, Veltroni o chi per lui, tanto non importa chi è, e tutto l’emisfero sud occidentale per trovarsi sulla mia stessa strada in quello stesso momento. E soprattutto il tizio con la smart che è convinto che siccome la sua macchina è poverina mutilata di un fondoschiena, può comportarsi come se fosse su uno scooter mentre ha una cazzo di macchina in mano in cui trallaltro non si può nemmeno trombare, e rompe solo le palle.
Al secondo semaforo mi torna su il latte e parte la gastrite. Arrivo in ufficio, sempre e comunque in ritardo, vuoi per un incidente, vuoi per il semaforo di viale regina margherita che è semestrale, o per occasionali lavori in corso. Fatto sta che arrivi in ritardo. Segue spiata della collega arrivista e sfigata che viaggia con la metro al capo, e la mattina inizia con una fantastica cazziata.

Oristano:
sveglia alle 8.30 per essere in ufficio alle 9.00
Colazione per ora in spiaggia, poi certo quando farà freddo in salone con finestrone su spiaggia.
Le gatte variabili. A quell’ora alcune volte hanno fame, altre le sveglio io e mi vengono dietro.
Alle 9:00 mi metto in macchina, semafori non ce ne sono. Alle 9.02 mi fermo per comprare il giornale. Alle 9.04 mi fermo a prendere un caffè. Alle 9.10 sono in ufficio. I colleghi non ci sono, tranne una, e il capo non si vedrà fino all’una. Gli altri arriveranno verso le 10.
Accendo il pc e leggo la posta, poi sbrigo le cose più urgenti e vado al bar nella piazza vicina, con i colleghi arrivati, a prendermi un caffè. Sono circa le 10.30

2. IL PRANZO

Roma.
Vabe nei mesi da disoccupata semplicemente non c’è, in pratica coincide con la colazione
Quando lavoro invece la pausa in teoria inizia alle 13.30 e finisce alle 14.30
In quel lasso di tempo riesci più o meno ad arrivare al bar a piedi (mica vorrai prendere la macchina??? Gia ci ho messo un’ora a trovare parcheggio la mattina, non la sposto nemmeno se mi spari e anche la sera mi piange un po’ il cuore a muoverla da li), fare la fila per vedere cosa c’è da mangiare oggi, poi fare la fila per fare lo scontrino. Poi ordinare il tuo cazzo di panino, prenderlo e portartelo in ufficio. Perché per quando te l’hanno scaldato sono le 14.30 e devi rientrare, mangiando mentre cammini. Ovviamente anche in quel caso ritarderai di 10 minuti, e troverai pronta la collega sfigata, che il pranzo se lo cucina sempre la sera prima e se lo porta in quelle tristissime vaschette sigillate, che appena possibile farà notare al tuo capo che anche a pranzo eri in ritardo.
Ma muori, tu e le tue cazzo di vaschette.

Oristano. La pausa è alle 13
Alle 13.05 sono a casa. Metto l’acqua per la pasta, mangio, e poi faccio il pisolino
Il rientro è tra le 15.30 e le 16.00, a proprio piacimento.
Io in genere arrivo alle 15.40, e siccome non trovo nessuno e non ho le chiavi, me ne vado al bar a prendere un caffè.
Non credo serva aggiungere altro.

Anzi per oggi proprio non aggiungo niente. Vi dico solo che non ho più gastrite da 7 giorni, e questa volta il pensiero del semestrale mi terrorizza. Si perché anche questa volta ho solo un contratto di sei mesi.

Incrociate le dita per me, che non sia il solito sfruttamento a contributi zero, perché io non ce la faccio più. Ho lasciato casa, città, amici ecc ecc, inseguendo il sogno di quel lavoro. Cavolo per i nostri genitori era solo una rogna, per me è la mecca, il santo grahal, la mitica atlantide e babilonia unite….

Da Roma a Oristano, dicendo addio a tutto e tutti….cazzo deve fare di più una persona per smettere di essere precaria?
IO VOGLIO SOLO LAVORARE!!!!!!